La poesia è morta. La poesia può risorgere grazie alla tecnologia?

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La poesia è morta. Per molti decenni è stata chiusa in una bara di autoreferenzialità, sigillata da chiodi di conservatorismo, sepolta sotto un fitto strato di misera vanità.

La poesia è stata tenuta lontana dal presente, lontana dalla tecnologia, lontana dalla rivoluzione digitale.

Ma non poteva non continuare a essere uno spazio in cui contenere battiti di cuore e scorci di inferno. Non poteva non rimanere il legame indissolubile fra la parola e il mistero che gli umani si portano dentro.

Poi è arrivato Instagram con la sua voglia di mettere la vanità in vetrina. Tanti si sono improvvisati e autodefiniti poeti, senza conoscere pressoché nulla dello spirito della poesia. Qualcuno è riuscito a raccogliere grandi masse di ammiratori. I più poi spariscono: la poesia vive la sua dignità nel tempo che scorre. La poesia non può essere confinata alla soddisfazione della vanità.

Nel frattempo i poeti “tradizionali” continuavano a tenere la memoria dei grandi poeti nel chiuso dei loro piccoli circoli.

Nessuno ha fatto veramente i conti con la vocazione della poesia di ibridarsi con le altre arti e con la tecnologia.

E così questi circoli hanno raccolto e prodotto parole sempre più morte, zombie verbali marciti nell’assenza di evoluzione.

La poesia non può essere conservatorismo.

Poi è arrivata la digital art, i blockchain. Molti artisti hanno subito capito che anche il metaverso può essere un territorio in cui far fiorire l’Arte. E la Poesia è Arte. E non può essere autoreferenzialità.

E così la poesia ha visto la luce per la sua resurrezione.

Oggi ci sono tutte le condizioni perché la poesia esploda con tutta la sua rivoluzionaria energia in questo nuovo mondo. Anzi, è compito degli uomini e delle donne di oggi tracciare i sentieri con cui portare poesia fra i bit che stanno costruendo il mondo nuovo.

La poesia è morta. La poesia è risorta

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