I giovani e la poesia nel contesto Covid

A causa del Covid noi giovani stiamo vivendo costantemente nella paura, nell’incertezza. Vediamo sgretolarsi i rapporti sociali con amici e parenti; quando ci riuniamo tra coetanei ci sentiamo giudicati, come se fossimo degli incoscienti, perché rischiamo di essere infettati e di contagiare a nostra volta le persone care.  Sentiamo il vuoto e l’abbandono, all’università vediamo uno scenario apocalittico come nel film “The day after”, è tutto deserto. Sempre più siamo colpiti da disagi psicologici, tanti ragazzi vengono ricoverati in ospedale con attacchi di panico o perché praticano autolesionismo.  

Noi, i cosiddetti giovani della “Generazione Z”, che viviamo in prima persona la pandemia, torneremo davvero ad essere liberi, a non lasciarci condizionare dalle esperienze appena vissute, ad essere ottimisti e a dire “non accadrà più”? 
Citando Leopardi, queste “ magnifiche sorti e progressive” (La Ginestra, Canti), dove ci porteranno? È davvero un’umanità proiettata verso il progresso, o verso un impoverimento della socializzazione e delle emozioni? Non più slancio verso l’infinito ma implosione dell’animo umano? 

Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, che recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Una volta il futuro era migliore”, si rivolge ai giovani trasmettendo la sua esperienza di vita.  
“Come dobbiamo valutare questo nostro tempo? Come deve valutarlo, in particolare, chi ha davanti a sé da cinquanta a settant’anni di vita? […] Queste sono domande che mi vengono poste spesso, in particolare dai più giovani, quelli che nutrono maggiori speranze, ma si preoccupano di più di quello che il futuro serba per loro.” (Sabino Cassese, Una volta il futuro era migliore). 

Il 4 marzo ha partecipato ad un incontro con i ragazzi del Centro Culturale Giacomo Leopardi di Recanati, lanciando un messaggio del tutto ottimista.  
Esortando i giovani a non perdersi nel quotidiano ma a guardare l’attualità con una prospettiva storica, Cassese invita a riflettere sul fatto che in questo contesto pandemico ci sia sempre più bisogno di essere una “comunità” piuttosto che una “società”.  
Questa considerazione riverbera immediatamente di un’eco leopardiana, proprio di quella “social catena” descritta ne “La ginestra”. 

Oggigiorno disponiamo dei mezzi per contrastare la pandemia, l’aspettativa di vita è nettamente migliorata rispetto a pochi decenni fa: citando Cassese, possiamo “coltivare ragionevoli speranze”.  Anche in questo scenario così cupo, possiamo imparare a guardare il mondo affidandoci a dei maestri di vita come Sabino Cassese. 

La poesia si rivela proprio essere un mezzo per “coltivare ragionevoli speranze”, un modo per cogliere la bellezza senza abbandonarci alla disperazione.  Perché la poesia altro non è che il nostro sguardo proiettato sul mondo, ed il foglio ne è soltanto il punto di approdo. Proprio la poesia in questo contesto pandemico può essere un punto di incontro per i giovani a livello mondiale, al di là delle zone rosse, delle distanze geografiche e delle differenti lingue e culture.  

“La speranza  
è un essere piumato 
che si posa sull’anima, 
canta melodie 
senza parole 
e non finisce mai.” 
(Emily Dickinson) 

di Isabella Esposito

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