Giacomo Leopardi: uomo libero?

Nell’agosto 1819 il poeta Giacomo Leopardi, stanco del clima di Recanati che non faceva che opprimerlo, decide di fuggire dal natio borgo selvaggio.

giacomo leopardi
Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi
Da Il giovane favoloso (Mario Martone, 2014)

Purtroppo il suo tentativo fallisce. Ma, almeno all’inizio, prima di lasciare spazio alla disperazione che caratterizzerà i mesi successivi, Giacomo è pieno di rabbia e forza d’animo.

Scrive al conte Saverio Broglio, colui che gli aveva consegnato il passaporto necessario per fuggire e amico di famiglia, il 13 agosto 1819:

«Mio padre crede ch’io da giovanastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più avanti ch’egli non s’immagina. Non creda d’ingannarmi. […] Si vanti, se vuole, d’avermi ingannato, dicendomi a chiare note, ch’egli non volendomi forzare in nessunissima guisa, non facea nessun passo per intercettarmi il passaporto. Mi parve di vedergli il cuore sulle labbra, e feci quello che non avea fatto da molti anni: gli prestai fede, fui ingannato, e per l’ultima volta».

Nella stessa lettera dice anche:

«Io non voglio vivere in Recanati. Se mio padre mi procurerà i mezzi per uscire, come mi ha promesso, io vivrò grato e rispettoso, come qualunque ottimo figlio, se no, quello che doveva accadere e non è accaduto, non è altro che differito».

Nella lettera che Giacomo scrive al padre Monaldo prima di tentare la sua fuga da casa, che mai leggerà perché custodita dai fratelli Carlo e Paolina, verso la fine lascia spazio ad una confessione che esprime un enorme disprezzo della sua condizione attuale:

«Quello che mi consola è il pensare che questa è l’ultima molestia ch’io le reco, e che serve a liberarla della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l’avvenire. […] Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d’ora innanzi».

La lettera scritta al padre a fine luglio 1819 è ricolma di confessioni, di scuse e di considerazioni sulla sua vita condotta fino a quel momento. Non manca di menzionare l’amore rivolto al padre, che mai gli ha fatto mancare l’affetto (anche se risultava talvolta piuttosto eccessivo).

Nel novembre 1822 il ventiquattrenne Giacomo riesce finalmente ad uscire dalla marchigiana Recanati, ospite a Roma degli zii Antici.

L’iniziale gioia provata e le grandi speranze probabilmente riposte prima del soggiorno romano, si sono pian piano trasformate in delusione. La raggiunta libertà viene invasa dalla paura, nata sicuramente dalla realizzazione più inaspettata: non è felice né soddisfatto.

La sua inconsolabile tristezza trova modo di essere sfogata nella lettera che scrive al fratello Carlo il 25 novembre 1822:

«Senti, Carlo mio, se potessi esser con te, crederei di potere anche vivere, riprenderei un poco di lena e di coraggio, spererei qualche cosa, e avrei qualche ora di consolazione. In verità io non ho compagnia nessuna: ho perduto me stesso; e gli altri che mi circondano, non potranno farmi compagnia in eterno».

Giacomo prende coscienza della sua amara condizione e dell’incapacità che ha in quel momento di poter essere davvero felice. Addirittura confessa al fratello di desiderare la sua presenza, di voler essere lì (a Recanati, ma non lo dice esplicitamente) insieme a lui.

Qualche tempo dopo, lo ricordo, scriverà nel suo Zibaldone di pensieri:

«[…] mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno».

Allora, cosa significa veramente essere liberi? Giacomo Leopardi voleva essere altrove tranne che a Recanati, e potrà spostarsi (nonostante le scarse possibilità economiche della famiglia) in diverse città d’Italia: Pisa, Milano, Bologna, Napoli e Firenze. In nessuna, però, trovò davvero la pace che cercava. Se ne rendeva conto, ma la sua mente era più volte tormentata dall’immagine della casa natale. Pensiamo, ad esempio, alla poesia A Silvia, composta a Pisa nell’aprile 1828.

Giacomo capisce che questa forte contraddizione non può combatterla se non con la scrittura.

Rimarrà fino agli ultimi giorni della sua vita desideroso di tornare a Recanati. Allora ci pensò l’amico degli ultimi anni Antonio Ranieri a dissuaderlo da quel desiderio, che, se realizzato, forse sarebbe stato dannoso per la sua salute così instabile.

ANTONIO RANIERI — LodView
Ritratto di Antonio Ranieri, amico degli ultimi
anni di Giacomo Leopardi
Immagine dal web

Scrive nel suo Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi:

«[…] il suo cuore ne intenerì, e proruppe, quasi lacrimando, nelle seguenti parole: Recanati e morte sono per me tutt’uno: e fra qualche dì andrò a morire in Recanati. […] Io non ho mai, per sette anni, veduto piangere Leopardi. Ma quella sera, anche al fiochissimo lume della sua tetra lucerna, mi accorsi che piangeva: e, nella inenarrabile commozione che quelle parole e quelle lacrime mi cagionarono, gli dissi ciò che solo a quella età l’uomo dice: Leopardi, tu non andrai a Recanati!».

Di Caterina Golia

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