Tra Saffo e Medea: le donne sinolo di umanità e ars poetica

Pompei, affresco 55-79 d.C., detto “Saffo”

Di donne e di ars poetica

Trovano spazio in me i versi della veneranda Saffo, gli epigrammi di Nosside, il richiamo di Antigone, le urla della barbara Medea. Trovano spazio e lentamente si adagiano, versi che trovano rifugio dopo un lungo ed estenuante viaggio tra civiltà, che ha rischiato di cancellarli dalla memoria. Li invito ad accomodarsi. Chiedono di essere illuminati dall’inchiostro, di riecheggiare in nuovi versi, quasi a pretendere un riconoscimento che meritano, che spetta loro ancora oggi. Quella straordinaria musicalità del mondo greco, quel sapiente accostamento di colori e immagini, fa emergere in maniera distinta l’anima di chi scrive, l’anima di chi li pronuncia, e attraverso un inspiegabile e irrazionale meccanismo di catarsi, l’anima di chi legge o ascolta.

Le donne hanno costellato e abitato la poesia greca, e spero di non peccare di ὕβϱις, nell’affermarne il merito di aver trasformato luoghi deserti e inospitali in οἶκοι accoglienti. Le loro parole hanno saputo prenderci per mano, le loro sofferenze hanno saputo lenire il nostro dolore, il loro ἔρως, motore di ogni azione umana e divina, ha saputo infuocare i nostri animi. Quale donna non è arsa d’amore leggendo l’Ode della gelosia saffica, quale donna non si è sentita emarginata, esclusa, vulnerabile leggendo l’appello di Medea alle donne di Corinto? Ardenti d’amore con Saffo, sofferenti con Medea, ci siamo sentite inestricabilmente legate a distanza di secoli.

Donne che ai margini di una società che le voleva relegate all’ambiente domestico, hanno saputo ritagliarsi uno spazio, un luogo inattaccabile, inviolabile, sacro, poiché sacro è il verso nella sua immortalità, nella sua irrisolvibile tensione al divino. Un luogo in cui spogliarsi di abiti pesanti, ingombranti, spesso sentiti come non propri. Spogliarsi per avvicinare il più possibile l’anima al foglio, libera di prendere forma, consistenza attraverso il rincorrersi delle parole, impetuose come il Nilo in piena, leggere come il carro del dio Helios. Un luogo in cui ci è concesso entrare, in silenzio, con rispetto e devozione, inebriandoci di sensibilità.

Inebriati di sensibilità poetica, a contatto con anime a noi legate da un fil rouge capace di attraversare i secoli, siamo in grado di ritagliarci uno spazio in cui dar voce ai nostri infiniti amori, comporre poesia e vivere di poesia, fino a diventare noi stesse sinolo di umanità e ars poetica.

Maria Vescio

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